A UN SOFFIO DAL CIELO, A UN PALMO DA TERRA

Giovanni Faccenda

Anticipazione monografica
Evento Fondazione Luciana Matalon

«Fra disfacimento e resurrezione, sospese in quell’ambito della filosofia ellenica abitata da valori eterni, inedite entità, fiorite nella ricerca espressiva più recente di Elena Rede,
aleggiano, ora, a un soffio dal cielo e a un palmo da terra, là dove lo spazio virtuale – invisibile ai più e noto soltanto agli eletti – raggiunge fascinose prospettive di natura squisitamente mentale.

Milano, Febbraio 2017


Armodio

Se Elena potesse, con un soffio, dar vita alle sue opere, resterebbe senza fiato, tanto è grande l’amore che vi infonde. Non le fa parlare (per ora), ma ci mette tutta l’anima. E si vede.
Esile com’è, strapazza i metalli, le pietre e da ogni materiale vuol cavarne l’essenza.
Il bello è che ci riesce. Brava, modesta e amabile, e non toccherebbe a me dirlo, che mi vanto di esserle amico.
Teniamola d’occhio, non ha ancora smesso di sorprenderci.

Piacenza, 2017


Luca Alinari

Quello che colpisce nel lavoro di Elena Rede è che l’autore non completa mai l’immagine che sta costruendo. Anzi, spesso la figura in questione viene evocata da particolari isolati, lasciati a mezz’aria. Oppure dei corpi umani sono identificati dalla loro ombra, da una diafana nebbia ribelle. Forse la magia di questo lavoro deriva propio dalla sua apparente incompletezza, dal suo senso di incompiuto. Forse, però, Elena non ha lasciato niente di incompiuto. Forse, invece, Elena non vuole dipingere corpi femminili o cavalli. Piuttosto la evocazione di un cavallo, l’ idea di un corpo. Idee, dunque. Idee e non cose. Ecco l’ affascinante qualità mentale di queste opere. Ecco il senso struggente di non possesso della realtà che da queste opere proviene.
I dipinti, le sculture ci abbandonano a noi stessi e sembrano dirci: “La realtà non esiste. Tutto è uno sbaglio. Tu non ci sei”


Elena Rede, l’artista dal talento divino 

Leo Strozzieri

Un pensiero dal quale non riesco ad esimermi, trascinato vertiginosamente nell’estasi dei suoi capolavori scultorei come ad esempio questa meravigliosa opera titolata:”Legami”, che, irrimediabilmente, mi conduce a una domanda: Legàmi o lègami? E ancora, Amore divino o materiale o forse divinamente materiale o ancora materialmente divino?

E’ una giornalista che documenta i Legàmi, i lacci, eccessivi per la verità, che ormai divenuti imprinting della civiltà occidentale, Elena Rede? O piuttosto, come sia più sensato credere, un’onorante che si attiene alla prassi monastica e grida il suo Legàmi alla divinità della luce che da sempre divulga sulla terra il suo verbo d’amore? La sua opera-azione penso sia abbraccio e quindi costruzione ma allo stesso tempo annullamento, distruzione della singolarità.

Solo un giocoliere potrebbe snodare come riesce a fare lei in modo sorprendente, un’estasi, frutto dell’interazione tra luce e ombra e parimenti modulare attraverso proprio la prece, il miracolo della sublimazione della materia che in atteggiamento dialogico con il perimetro luministico, diviene agravitazionale.

Pescara, 2016


E come vErità

Giovanni Faccenda

(Oltre le muse – Catalogo Giorgio Mondadori, 2015)

«Bellezza è verità, verità è bellezza, – questo solo sulla terra sapete, ed è quanto basta.»
John Keats, Ode su un’urna greca come estraniati in una dimensione dello spirito remota, i lavori di Elena Rede suggeriscono, anziché esibire, quel qualcosa di lei che è, insieme, ieri, oggi e domani. Vi collima, leggera quanto un refolo di maestrale, la verità di sentimenti altrimenti taciuti: indizio, questo, di chi si è sempre vista indagata nella propria apparenza, dimenticando – gli altri, il mondo, la gente – che in lei resistono profondità di stati d’animo timorosi di non essere condivisi o di esserlo solo in parte. In minuscola parte. Così, dipinge e scolpisce corpi, volti, anime, ove è dato di incontrare quella parte di sé che vive dall’altra parte dell’universo, in un raccoglimento lirico, romantico e abissale. «Nomen omen», secondo l’antica locuzione latina. E il suo destino, e al contempo il suo segreto, echeggiano davvero in quel duplice riferimento anagrafico: con quelle «e» ricorrenti che dicono a chi la guarda, ma non la vede, che lei è questo «e» questo «e» ancora questo. Altro.

Venezia, luglio 2015.


ELENA REDE: L’ARTE OLTRE L’ARCHETIPO

Bartolomeo Smaldone

(Oltre le muse – Catalogo Giorgio Mondadori, 2015)

Impossibile per me, poeta, accostarmi all’arte di Elena Rede e illudermi di uscirne indenne. Non che ciò mi sia cagionevole; al contrario. La resa è necessaria, il tumulto interiore indispensabile e benedetto, i sentimenti che affiorano, salvifici e prodigiosi. Il contatto fisico con le sue creazioni (e meglio sarebbe dire creature) mi ha sempre restituito dei versi in modo istintivo, più di quanto accada normalmente, poiché quelle opere esercitano su di me un forte richiamo, un’ irresistibile seduzione. Da esse mi deriva un senso di appartenenza ad una dimensione riconoscibile, perché comune ad una specie, e quindi atavica, primordiale. Una sorta di essenza nella quale immergersi, per fare ritorno alla vita con una diversa consapevolezza: siamo parte di un tempo finito, eppure eterno; che si interrompe, eppure scorre. Nella nostra finitudine, in ciò che di indeterminato e di incompleto esiste in noi, siamo un frammento del tutto, e quindi infinito, siamo, a nostra volta. A cosa penserà l’uomo nudo, raggricciato, con le braccia a stringere le ginocchia che gli nascondono il volto? Non sembra esso stesso il mondo che gli sta di fianco? Non è di per sé egli stesso universo, a sua volta? E i volti a metà, coperti di garze, non sono forse immersi nel sogno di varcare ogni confine, ogni epoca, ogni mito? E i corpi, obliqui e incompleti, di materia che affiora e si foggia, non sono forse involucri di anime che scandiscono e ripetono il loro canto eterno? Non sono forse quei corpi in attesa di ricevere completamento dagli occhi di chi gli si pone di fronte, attratto da quel canto? Impossibile per me, poeta, resistere al richiamo dell’immortalità, descritta per tramite di codici non convenzionali, né ascrivibili ad un tempo in particolare. Perché così è l’arte di Elena Rede: tentativo riuscito di sublimare pensieri e stati d’animo; di affrancare la nostra ineluttabile condizione animale, andando oltre l’archetipo, nel principio essenziale della vita stessa.

Altamura, luglio 2015


OLTRE LE MUSE: VIAGGIO NEL TEMPO ALLA RICERCA DELLO STUPORE SMARRITO

Leo Strozzieri 

(Oltre le muse – Catalogo Giorgio Mondadori, 2015)

Un perimetro antico, ma sempre nuovo, una terra ancora non pienamente dissodata quella del mito, non anacronistico, al dire di Elena Rede che in esso ravvisa la fonte privilegiata del sapere, della verità, dell’armonia, dello stupore. Non anacronistico, sebbene la contemporaneità nel suo inesauribile repertorio pragmatico faccia del tutto per disgregare l’humanitas che è e dovrebbe essere a fondamento della creatività.

Dell’ampio ventaglio mitologico, la nostra artista, tra le voci più autorevoli della ricerca nel nostro paese con già al suo attivo uno straordinario itinerario, recupera il grande capitolo dedicato alle muse, le mitiche divinità figlie di Zeus e Mnemosyne (la memoria) guidate da Apollo, grazie alle quali è possibile cristallizzare una iconofania dell’arte, della bellezza.Ma l’apparizione non si limita al volgersi indietro, ma imbevendosi di valori dinamici spinge ad un andare avanti sotto la prassi di una continua cancellazione dei confini.

Questo il significato della denominazione data dalla stessa autrice al progetto: Oltre le muse.Oltre equivale a schierare le proprie pedine nella scacchiera invisibile ma esaltante della conoscenza senza limiti e della verità.

Rede con una sintassi ove interagiscono memoria e presente (indubbia in lei la sintesi tra strumenti linguistici classici e citazioni di avanguardie del ‘900, in primis quelle riferite all’Art autre) propone un racconto al termine del quale è d’obbligo concludere, come ci hanno insegnato le favole di Esopo, con “O Mythos deloi”,ovvero la favola insegna, onde si lascino affiorare briciole di saggezza antica ma perennemente attuale.

Ma veniamo ad esaminare i due più rilevanti poli grammaticali di questo progetto espositivo che Elena Rede concretizzerà nella suggestiva sede dell’ex Monastero Olivetano di Santa Maria Incoronata di Nerviano risalente al XV secolo. Per l’occasione è prevista una performance d’apertura nella quale una ballerina volerà su un nastro per interpretare le sue “verità nude”.

Sì, perché qualunque abito posto addosso alla verità rischia di snaturarne l’essenza attraverso sovrastrutture indebite.

Il primo polo, quello classico, emerge sia nelle opere pittoriche che in quelle plastiche in modo palpitante e sentito al di là di ogni volontà citazionista dell’autrice allorché venga posta in essere l’anamnesi di tutta la scultura greca esemplare per apollinea armonia e per l’abolizione del peso terrestre delle anatomie : non penso io sia lontano dal vero se affermo essere certe sue opere riflesso di una propria armonia interiore mai attenuata da sedimenti che le culture posteriori, soprattutto quella contemporanea, hanno accumulato ed accumulano su ogni individuo.

Esemplari di questa disseminazione classica, non certo minimale vista la lussureggiante consistenza, sono alcune opere che a mio avviso collocano la nostra artista entro il perimetro del post-moderno dal momento che lei trova letizia proprio nello scegliersi i propri antenati: ci si riferisce qui a “L’atomo e il cosmo”, “Il mito celato”, “Feedback”, “La Veritè”, “Il Redentore”, “Veritas mea libertas est”, “Il Mito”.

Le reminiscenze di una letteratura visiva alla cui base vi sono i valori estetici e formali si arricchiscono di volta in volta di sentimenti che non esiterei a ritenere eterni, quali la melanconia, la trascendenza intesa come religiosità, lo smarrimento esistenziale, l’oscillazione tra i due opposti indirizzi della grazia e del sublime. C’è poi un’opera che personifica l’apologia della carne: stiamo parlando del “Tempio di Eros” che non permette di sottrarci alla passione amorosa, quella passione che divorò le membra dei Proci di fronte a Penelope. Qui è evidente come il compito primario del corpo femminile sia quello della tentazione scatenata da quel seno issato a vessillo erotico/eroico.

Con il “Tempio di Eros” siamo stilisticamente nel secondo polo dell’opera di Elena che trova la più evidente manifestazione in “Anemos”, “Abha” e “I Destrieri” eseguite in lamina di ferro o stagno martellata, ossidi di resina su ferro. Come già nella precedente suite di opere, il presente per una eccessiva sottigliezza veniva a lacerarsi in favore di un cammino a ritroso nel tempo fino ai primordi del mito, anche qui sembra potersi cogliere un analogo itinerario fondendo quindi i due momenti in un’unica originale coerenza stilistica.

Come infatti non rilevare nelle superfici scabrose delle ultime sculture citate la sintomaticità propria della corrosione tipica dei reperti archeologici? L’intenzionale riferimento all’archeologia a cui tanti scultori operanti entro la poetica informale si sono attenuti (si pensi ai protagonisti romani del Gruppo Origine ) credo abbia coinvolto anche Elena Rede la cui esperienza operativa potremmo definire “apoteosi del viaggio nel tempo alla ricerca dello stupore smarrito”

Pescara, luglio 2015

                                                                                                                                                                                 


MUTATION

Giulia Vriale  (ART BASEL,  Miami Beach 2013)

La memoria genetica e l’imprinting umano ci arrivano da un passato molto remoto, irriconoscibile ma scopribile, ed è una memoria evolutiva che ci affiora nel presente. E allora ecco l’uomo, solo o con il suo destriero, compagno di lotte e viaggi ricoperto dal tempo, dagli strati di terra, di ferro, stratificazioni da cui serve liberarsi per rinascere purificati dal passato in un nuovo presente.

È un lavoro introspettivo, un’apertura dove poter disporre di nuove chiavi d’accesso; dove il Kaos trova un senso e dove l’essere umano giunge a vedere un nuovo riflesso di sé. Il silenzio dopo il tormento diviene simbolo di un viaggio interiore emergente dalla ricerca creativa di Elena Rede, che comunica con l’interlocutore avvalendosi dell’utilizzo di materiali ferrosi, ora martellati, svuotati e liberati dal peso della materia, ora incisi, graffiati o dipinti con terre e pigmenti minerali, elementi della nostra terra che giocano con gli artifici delle resine. Vecchio e nuovo si fondono nuovamente creando sintesi, cambiamento, evoluzione, mutazione…


SUGGESTIONI D’AUTORE

Leo Strozzieri  (Catalogo: Suggestioni d’Autore, 2013 editoriale Giorgio Mondadori)

Elena Rede è artista colta e dal pensiero filosofico complesso. Ha al suo attivo un curriculum prestigioso che l’ha portata a partecipare alla 54. Biennale di Venezia curata da Vittorio Sgarbi. Si diceva di complessività culturale poiché in una suite di opere dedicate all’eroico nudo umano può leggersi un evidente richiamo alla classica statuaria greca da lei molto studiata, mentre in un altro formidabile ciclo espressivo riguardante le potenzialità simboliche della sfera, lei si inserisce con autorevolezza nell’esperienza linguistica contemporanea che è stata esperita soprattutto dai grandi maestri della pittura e della scultura informale. Questa dialettica tra simpatia per la memoria classica e il presente (in chiave visiva si ha per un verso la levigatezza del nudo e per l’altro la scabrosità materica delle superfici sferiche) ci permette di evidenziare il suo complesso rapporto con la vocazione artistica, sempre in fieri, ancorata sì alla tradizione da cui però trarne nuova linfa. In una testimonianza da me scritta lo scorso anno relativamente all’operato di Elena Rede, parlavo a proposito dei due suddetti cicli artistici di prassi speculare dell’universo nell’uomo e dell’uomo nell’universo.


SENSAZIONI VISIVE

Paolo Levi  (Catalogo: Sensazioni Visive, casa editrice Giorgio Mondadori, 2011)

A fondamento della ricerca pittorico-plastica di Elena Rede c’è una ben salda filosofia di vita che può riassumersi nella prassi speculare dell’universo nell’uomo e dell’uomo nell’universo. Questa interattività umanistica, grazie anche al pensiero filosofico greco molto fu introiettata dai grandi scultori di quell’epoca mirabile, in particolare Fidia e Prassitele.

Tocchiamo qui personaggi mitici agli occhi di Rede, follemente innamorata dell’eroica statuaria che immortalò dei ed eroi. La sua singolarissima opera si nutre alle fonti di tale tradizione plastica e parallelamente si precisa in intendimenti di assoluta contemporaneità, basti pensare a certi risvolti di carattere pubblicitario che nella sua opera sono più che evidenti, anche per gli studi da lei compiuti.

E’ sempre avvertito nella Rede il richiamo tutto moderno allo straniamento, all’inquietudine, al confronto serrato con il proprio io riflesso su se stesso, come si evince da certe serrate composizioni che rinverdiscono il mito di Narciso. E’ l’io sottoposto al vaglio ermeneutico della psicologia del profondo.

Un discorso a parte meritano poi le aperture dell’artista ai più svariati materiali per eseguire i suoi lavori, che sempre risentono dell’emotività fattuale del momento in cui sono stati prodotti.


GLI SPECCHI DELL’ETERNITA’: L’ETERNO DILEMMA

Testo critico di Monica Trigona

(Catalogo personale: Gli specchi dell’eternità, edizioni Anthelios, 2011)

Le statue degli atleti e degli dei di Mirone, i bronzi “vivi” di Policleto, le forme plastiche perfette di Fidia non sono che alcuni spunti classici di Elena Rede.

Milanese di nascita, ligure per scelta, ha finito per trasformarsi in tutto e per tutto in una donna di mare, che del mare, veicolo di conoscenza, ha risucchiato lo spirito millenario. La sua personale comprensione della cultura classica l’ha portata a contestualizzare in modo nuovo e inedito quegli uomini che l’arte, attraverso originali malridotti e copie di età più tarda, ha fatto giungere a noi, mentre la sua voglia di svecchiarne le tradizionali iconografie, le ha fatto sperimentare i materiali più disparati. Oli, acrilici, smalti, gessi, pigmenti minerali puri, sabbia e resina diventano allora i suoi alleati nell’elaborare quadri sospesi nel tempo, dove l’azione è bloccata in un istante inclassificabile. La prospettiva nelle sue composizioni è appena accennata e i personaggi sono statue molto ben plasmate, addirittura talvolta solo alcune parti del loro corpo. Dopo un esordio così legato ad alcune istanze metafisiche, Rede ha avviato una sua ricerca formale.La scena che crea è senza tempo, sempre concentrata sul soggetto, l’uomo, palcoscenico teatrale, portatore di emozioni e di senso. Tutto intorno a lui il paesaggio è scuro, privo di luce, la poca presente illumina appena crateri e specchi d’acqua, come fosse l’“intelligentia” umana unica portatrice del verbo ossia di conoscenza e verità. Le forme astratte creano strutture sospese nello spazio quasi come composizioni architettoniche. Quest’ultime, a differenza di ciò che accadeva con il Costruttivismo, non sono ispirate a macchinari tecnologici, ma sono geometrie primordiali che ricordano stelle, terra, specchi d’acqua, oppure basilari edificazioni umane.

Se la macchina e l’industria erano l’obiettivo finale rappresentato da un’ arte che operava in funzione sociale, in questa sede è l’uomo, con la sua fisicità perfetta e il suo animo virtuoso, lo scopo della ricerca di Elena Rede. È nell’uomo che l’artista cerca e ricerca sentimenti e verità universali. In “Essere e tempo” Heidegger si pone la domanda “cos’è l’essere?”.

Interrogare l’ “esserci”, ovvero l’ente a cui si pone tale domanda, significa studiare le strutture del suo modo d’essere, cioè l’esistenza. L’esistenza è una possibilità di rapporti che l’uomo può determinare. L’esserci infatti è “essere-nel-mondo”, il rapporto con esso, con una realtà transitoria ma determinante per chiunque. Seppur tutte le scelte in questa vita non sono assolute ma destinate ad essere superate, l’uomo si trova continuamente dinanzi a dei bivi. Seppur condizionate, le decisioni implicano sempre grandi dissidi interiori, grandi discernimenti e l’uomo di Elena Rede incarna proprio un essere cogitante e tormentato. Mi piace poter leggere in chiave esistenzialista questi lavori e vedere così le sue figure marmoree: eternamente perseguitate dalla necessità di scegliere in contrapposizione alla possibilità di rimanere paralizzate: insomma l’eterno dilemma tra l’agire e il rimanere inermi subendo una “non-esistenza”. Fortunatamente l’opera d’arte racchiude un suo mondo, un mondo che l’artista istituisce, fatto di valori e di significati che provengono dalla materialità fisica della terra. Nei nudi che si contorcono aggraziatamente, appare l’amore primordiale dell’uomo e della donna, e l’estetica si incontra felicemente con l’etica. Un erotismo sottile e raffinato permea le tele ove la creatura maschile contempla quella femminile con estrema dolcezza appena prima di baciarla. Sono istanti carichi di tensione ma dove prevale un grande equilibrio.

Una piacevolezza di pari intensità si evince nell’abbraccio dei due che si chiude in un tenero bacio celato alla vista dello spettatore, come in un estremo atto di pudore. Le figure tornite, sempre monocrome, che evocano le sculture neoclassiche di Canova, sperimentano con successo una disposizione piramidale dei due corpi. Sulla scena pare che regni una calma assoluta, lo sfondo plumbeo è una visione generata dal sogno e sembra esser privo di  peso. Così come privi di peso appaiono i cavalli, i destrieri liberi che Elena Rede ritrae con la piacevolezza e l’umanità di cui solo questi animali, fieri ed indipendenti, sono portatori. Assai lontani dall’immagine dei quadrupedi imbizzarriti di Eugéne Delacroix, questi appaiono più vicini ai puledri classici dalla immensa e fluente coda, i cavalli andalusi, giganteschi e con occhi umani. Furono proprio i cavalli a piangere le spoglie di Achille, proprio loro, animali dall’animo nobile, compagni di battaglie perse e vinte con audacia. Queste creature inevitabilmente evocano il mondo del passato, ormai ridotto a una sorta di repertorio archeologico, dimenticato per sempre, e gli antichi Dei non sono altro che pallide immagini rispetto alle creature marmoree ma più che mai vive e rinnovate di Elena Rede.

La classicità rivive quindi in maniera inedita e riattualizzata attraverso una giovane protagonista della figurazione italiana che, pur perseguendo una personalissima ricerca iconografica e iconologia, è molto attenta all’uso dei materiali. Questi sono ricercati nella loro natura più nobile ed esteticamente appagante e lavorati con la scrupolosità dell’ “artigiano” più esperto affinché raggiungano risultati sempre inediti e sorprendenti.